
Il titolo, forse la cosa migliore di questo SundayJumper, non è merito mio: è citazione, tradotta, riportata da un’intervista di Cory Doctorow (che compare spesso in questo spazio) e ben si sposa con quello che desideriamo trattare. Si tratta di una discussione che è scoppiata qualche giorno fa in rete, a seguito di una partecipazione di Lawrence Lessig (altro personaggio spesso citato sul SundayJumper) ad un evento di fotografi professionisti dell’associazione ASMP (American Society of Media Photographers) dal titolo “Copyright and the new economy“. Manco a dirlo, anche questo è un argomento molto seguito, e con passione, da noi. Le coincidenze non finiscono qui: la discussione è partita da una consulente di marketing per fotografi, Leslie Burns che noi abbiamo conosciuto – e di cui abbiamo parlato… indovinate dove? Si, proprio qua – che ha attaccato le tematiche trattate da Lessig, che erano poi una sintesi del contenuto dei suoi libri, ed in particolare di Remix, che si può comprare qui (oggi 23 maggio è la giornata della lettura, non dimenticatelo ;)), oppure scaricare (in inglese) da questo link.
1) La Creative Commons non è un virus che si prende, navigando in rete. Semplicemente è una possibilità che il fotografo (come qualsiasi altro autore) può scegliere per tutelare la sua opera, specialmente quando pubblica qualcosa in un ambito “sconfinato” come il web. Se il fotografo reputa che non sia una buona idea, non lo fa, non è nemmeno una di quelle clausole-trappola che potrebbero portarci a dare un assenso anche senza saperlo (tipo le frasette subdole dei contratti, dove se non sei attento dici di si e ti fregano a vita). Se si vuole, si tratta di una scelta cosciente, meditata, altrimenti nessuno ci punta una pistola e ci obbliga.
2) Le licenze Creative Commons non nascono “per togliere diritti”, ma per affrontare in modo ragionato le opportunità offerte dal “permettere” alcune libertà agli utenti, proteggendone e tutelandone altre (le più importanti per noi). In pratica, possiamo consentire, se lo vogliamo, di scaricare una nostra immagine per un uso “NON commerciale”, ma al tempo stesso di tutelarne la citazione dell’autore, l’integrità (non modificare la nostra opera) e non permetterne uno sfruttamento commerciale. La scelta non è semplice dal punto di vista concettuale (capire cosa significa, per esempio “sfruttamento commerciale” richiede qualche secondo di concentrazione: significa che se uno studente pubblica la nostra foto per una ricerca scolastica può farlo, visto che non è un uso commerciale, se lo pubblica su una rivista venduta invece lo è… tanto per banalizzare); è invece molto semplice, e specialmente gratuito, farlo dal punto di vista pratico: con un paio di click abbiamo fatto tutto, ed è una tutela legale a tutti gli effetti, riconosciuta in tutto il mondo.
3) Perché allora, se si tratta di una scelta ponderata, e specialmente se si tratta di una soluzione che mette al riparo dall’uso “indebito” gli autori ci deve essere tanta polemica? La cosa non è chiara, non ha senso, e viene da pensare male (come diceva Andreotti, si commetterà anche peccato, ma quasi sempre ci si azzecca). Leslie dice che tutto questo porta uno spostamento del lavoro dal professionista al dilettante, ma questo non è dovuto alle Creative Commons, è un fenomeno che trova nell’essenza stessa della rete, che ha aperto una logica che ha trasformato il “consumatore” di contenuti in un utente più attivo, che non “legge” solo, ma “scrive”. Anche questo è un concetto di Lessig, che parla in terminologia informatica dei DVD, di un passaggio dalla classe RO (Read-Only) a RW (Read-Write); il fatto che lo abbia definito e raccontato non significa però che sia stato Lessig a crearlo, e per di più è un fenomeno che non riguarda solo la fotografia (ragazzi, per quanto noi possiamo essere affezionati a questo nostro mondo, siamo briciole, rispetto ai mercati autorali più ricchi). I giornali e i giornalisti soffrono il confronto coi blogger, le emittenti televisive perdono punti a scapito di YouTube, e così via.
Di questo argomento finiremo anche col parlare al JumperCamp dedicato al Self-Publishing, che si terrà domani, 24 maggio, a Milano. Una delle tematiche più importanti, infatti, se si pensa di diventare editori di propri progetti (libri, riviste, siti, video: qualsiasi cosa di questo genere) è quella del “farsi conoscere”, guadagnare la propria fetta di pubblico, e fare in modo che si sappia quello che facciamo e la qualità (unicità, creatività, genialità) che possiamo offrire. Se siete interessati, potrebbe essere una buona occasione per approfondirne gli aspetti.