Saranno in molti, probabilmente, a commentare: io da McDonald’s non ci vado, si mangia male, non è nella “mia cultura”, o addirittura segnaleranno anche motivazioni di tipo etico, politico, “anti-global“. Spero che venga compreso il messaggio interessante, che non deve portare necessariamente all’andare in un ristorante per assaggiare il panino di Marchesi, ma a trovare l’ispirazione per capire quanto sia strategico guardare “oltre” il proprio “orticello”. Essere in grado di rivolgersi ad un pubblico molto allargato è sintomo di intelligenza, e anche di “cultura”: troppo facile rimanere ancorati ad un ambiente autoreferenziale, dove tutti parlano di cose che conoscono, che si capiscono, che non si “mischiano” con le “masse”, che hanno la puzza sotto il naso. Più difficile confrontarsi con un pubblico che è più difficile da catturare perché più distratto e meno capace di andare a fondo alle cose, abituato ad “urlare” invece che sussurrare, ai colori saturi e non alle sfumature, allo schiaffo e meno alla carezza. La sfida non è essere il migliore tra i migliori, ma essere compreso da tutti, e ancor di più contribuire alla crescita di tanti.
Quanti saranno coloro che prenderanno in giro il grande Gualtiero Marchesi, per essersi “abbassato” al ruolo di “paninaro”? Io credo che – senza considerare l’elevato ritorno economico che avrà avuto – sia stato un gesto di grandissima intelligenza, e avrà potuto far capire la differenza tra un approccio di “lusso” anche in un ambito così “popolare”: è evidente (ho provato, cerco sempre di non parlare per “sentito dire”). E credo che quindi se si vuole portare un pubblico che per vari motivi (economici, culturali, sociali, geografici) non ha avuto la possibilità di assaggiare gusti, sapori e raffinatezze di alto livello a volere approfondire, studiare e crescere, questa potrebbe essere la strada giusta.
Vogliamo pensare al nostro settore, che viene sempre meno considerato come professione e come forma di cultura, e ci viene da dire che sarebbe bello creare occasioni dove la “qualità” venga portata a tutti, che possa essere una forza per coinvolgere e non solo per “differenziarsi”, per unire e non per creare caste di utenti. Sono sempre più convinto che l’intelligenza di massa sia da riconsiderare meglio (o iniziare a considerare). Troppo spesso, si valuta che ci siano livelli di utenti: la massa becera, e l’elite dei benpensanti. Spesso, invece, se la “massa” non riesce a seguire concetti e raffinatezze elevate, il problema non è dato dalla mancanza di “intelligenza”, ma da una carenza di comunicazione, da un dialogo che non inizia e che non riesce a superare un muro molto spesso. Se siamo così tanto “colti e capaci”, perché non riusciamo a sfondare queste barriere? E’ un compito nostro, se davvero siamo “più preparati”, altrimenti vuol dire che siamo noi a sbagliare qualcosa. Se si accettano fotografie pessime a tutti i livelli, vuol dire che nessuno è in grado di distinguere la differenza. Che fare? Il pensiero è quello di fare come McDonald’s e H&M: proporre altissimo livello ad un pubblico allargato, con fatti e non solo con parole, perché solo un’evidente differenza tra bassa e alta qualità potrà fare la differenza. Il panino Vivace di Marchesi è più buono, diverso, originale, ben studiato… chi lo assaggia scopre nuovi gusti. Le nostre foto – di alta qualità e di grande professionalità – sono davvero di un livello “emozionale” molto superiore? Se lo sono, le persone capiranno, se avranno la possibilità di scoprirle, se saremo in grado di avvicinare un pubblico allargato e parlare la loro stessa lingua.
Dannatamente difficile, vero? Si, lo sappiamo. Ma c’è prima di tutto l’esigenza di superare la barriera (facile) del mettersi in disparte, di avvolgerci con la meravigliosa e calda coperta che giustifica il nostro mancato successo dando colpa agli utenti che “non capiscono”. I maggiori successi dell’ultimo periodo sono nelle mani di chi ha trasformato un orologio di plastica in un oggetto più prezioso di quelli in oro (Swatch), un cellulare in una fotocamera prestigiosa, un’app da pochi centesimi in fenomeno culturale per l’immagine. Dobbiamo andare incontro al mondo, e non chiuderci in una solitudine che può solo portare a insoddisfazione, umana ed economica e ad una rigidezza che non ci permetterà di assorbire, amare e condividere il mondo che abbiamo attorno. La creatività, l’arte, la comunicazione sono “mestieri” o “missioni” che non possono avere un riscontro se non contaminandoli dalla realtà che ci circonda, anche se a prima vista potrebbe non piacerci. Ci vediamo da McDonald’s per mangiare un panino, e ne discutiamo? ;-)
Update: Dopo vari commenti che parlano di “panini”, vorrei richiamare l’attenzione al tema di questo Sunday Jumper, facendovi qualche domanda:
1) Parliamo di panini e di McDonald’s?
La risposta è NO
2) Tentiamo di convincere le persone ad andare ad acquistare e consumare un panino?
La risposta è NO
3) Cerchiamo di minare la tradizione della cucina italiana?
La risposta è NO
4) Abbiamo FORSE usato la metafora del panino per parlarvi di un argomento che è l’arroccamento di molti verso un ambiente “amico” che capisce la nostra “qualità” e anche le nostre “frustrazioni”?
La risposta è SI
Sono costretto a fare questo update perché non voglio passare la giornata a difendere la qualità (o la non qualità) dei panini di McDonald’s, cercavo di andare più a fondo, e come spesso accade cerco una strada “easy” per farlo. Evidentemente la tematica usata come metafora scalda gli animi più di quello che volevo approfondire, ma così si rimane in superficie, ed è quello che purtroppo accade in tante situazioni. Se volete continuare a commentare sulla cucina di McDonald’s fate pure, però forse ci stiamo perdendo un’occasione più succulenta…