Aiway 7 - Editoriale

Editoriale

Il filo di ArIAnna: fuori dal labirinto della complessità creativa serve un filo, ma anche una visione profonda dell'ambiente dell'AI.

Quello che vi proponiamo oggi è un viaggio. Forse fa sorridere che, proprio nell’editoriale di apertura di una rivista che guarda sfrenatamente verso il futuro, vi portiamo indietro e non solo alla storia, ma ancor più verso la mitologia, quella che si studia (studiava?) a scuola e poi rimane in quell’angolo periferico della mente, da recuperare solo per nozionismo. Eppure vi chiediamo di farlo, questo percorso all’indietro con noi, e di farlo in profondità. Perché, in un mondo che sembra non più comprensibile, solo un rallentamento per recuperare il valore dei dettagli, dell’uscire da un labirinto fatto di superficialità e di semplificazione operativa (mi serve, come funziona, dove si clicca…) può aiutarci, e quindi vi proponiamo di farlo ora, di sedervi comodi, con la voglia di immergervi sapendo che non risalirete, non ne uscirete subito. Per fortuna.

Sì, questo editoriale è un labirinto perché inizia proprio a parlare di un labirinto, che nasconde un pericolo tremendo, ma non quanto il labirinto stesso. E da questo pericolo ne possiamo uscire solo se troviamo proprio il modo per uscirne; se qualcuno dovesse dire che basta “non entrarci”, abbiamo una brutta notizia: ci siete già entrati, e da prima di iniziare a leggere.

Iniziamo quindi questa storia e spostiamoci a Creta, qualche migliaio di anni fa…

Il Labirinto e la memoria del percorso

Sotto il palazzo di Cnosso, nell’isola di Creta, si nascondeva il Labirinto. Non dobbiamo immaginarlo come un semplice dedalo di siepi, di quelli dove ci si smarrisce per gioco ritrovando l’uscita in pochi minuti, ma come il Labirinto con la L maiuscola: un’opera di ingegneria cognitiva progettata da Dedalo, l’architetto più visionario del mondo antico, su commissione del Re Minosse. Era un meccanismo di geometria perversa, un luogo dove ogni corridoio replicava il precedente in un loop ipnotico e dove le curve, studiate per ingannare l’occhio e la mente, rendevano impossibile distinguere, dopo appena tre svolte, se si stesse procedendo verso il centro o verso la salvezza.

Al cuore di questo labirinto viveva il Minotauro: metà uomo e metà toro, figlio della regina Pasifae e di una maledizione divina, il segreto inconfessabile della famiglia reale cretese celato dove nessuno potesse vederlo. Una bestia che esigeva un tributo di sangue ciclico – sette ragazzi e sette ragazze inviati ogni nove anni da un’Atene sconfitta – che venivano inghiottiti dal buio. Nessuno ne era mai uscito vivo, non tanto per l’invincibilità del mostro, quanto per la natura stessa della prigione: anche sopravvivendo allo scontro, si rimaneva intrappolati per sempre in quella topologia senza uscita.

Quando giunse il tempo del terzo tributo, tra i condannati si fece avanti Teseo, principe di Atene. Giovane, vigoroso, armato di quell’arroganza tipica degli eroi classici, aveva già abbattuto mostri lungo la strada e considerava il Minotauro solo un’altra tacca da incidere sulla sua spada. Tuttavia Teseo, nella sua foga di azione, aveva compreso solo la metà visibile del problema: sapeva di dover uccidere il mostro, ignorando che quella fosse, paradossalmente, la parte più semplice dell’impresa.

Arianna, un filo che sembra un algoritmo

Arianna, figlia di Minosse e principessa di Creta, osservava la scena da una prospettiva diversa. Che fosse amore a prima vista o, come suggeriscono letture più ciniche, un freddo calcolo politico per fuggire da un padre tiranno, poco importa ai fini della nostra narrazione. Ciò che conta è l’intuizione che ebbe: Arianna capì immediatamente ciò che a Teseo sfuggiva, ovvero che il vero nemico non era il Minotauro, ma il Labirinto stesso.

Si poteva essere il guerriero più letale del mondo, sconfiggere la bestia in pochi istanti, ma il risultato non sarebbe cambiato: ci si sarebbe ritrovati in un corridoio identico ad altri cinquecento, privi di qualsiasi coordinata. Il Labirinto, nella mente di Dedalo, era una trappola perfetta non perché fosse infinito, ma perché era sufficientemente complesso da annullare l’orientamento spaziale; bastavano poche decisioni binarie – destra o sinistra – per perdere ogni riferimento con l’ingresso.

Arianna si rivolse quindi all’architetto, sperando che ogni sistema complesso, per quanto geniale, nascondesse un punto di vulnerabilità. La soluzione che emerse non fu una mappa, né un tentativo di memorizzare l’impossibile, ma uno strumento di una semplicità disarmante: un filo. La strategia non richiedeva di comprendere la logica del Labirinto, ma imponeva una condizione necessaria e sufficiente: non perdere mai la connessione con il punto di partenza.

La notte precedente il sacrificio, Arianna consegnò a Teseo quel gomitolo e gli fornì l’istruzione operativa: legare un capo all’ingresso, srotolarlo durante l’avanzata e, a missione compiuta, riavvolgerlo per tornare indietro. Un gesto apparentemente banale, accompagnato però da una clausola vincolante:

«Dovrai portarmi via con te».

Non era quindi un dono disinteressato, ma un contratto: la vita dell’eroe in cambio della libertà della principessa; la tecnologia del filo in cambio di una nave verso Atene.

Quando la porta di bronzo si chiuse alle loro spalle con un boato definitivo, il buio inghiottì i quattordici giovani. Teseo fissò il filo all’anello di ferro e iniziò la discesa, seguito in silenzio dai compagni, mentre la luce svaniva e i corridoi si moltiplicavano in biforcazioni prive di logica. Quella linea sottile, fragile quasi al punto da sembrare ridicola contro la monumentalità dell’architettura di pietra, era l’unica cosa che contava: era il link fisico tra la vita e la morte.

Lo scontro con il Minotauro, quando avvenne, fu brutale e rapido. Nel buio, tra muggiti che rimbalzavano sulle pareti disorientando i sensi, Teseo fece ciò per cui era stato addestrato: uccise il mostro. Ma fu nell’istante successivo, quando il silenzio tornò a riempire le sale, che la vera sfida si rivelò: l’eroe si guardò intorno e vide solo oscurità e corridoi identici in ogni direzione. Senza una guida, avrebbe potuto vagare per ore, girare in tondo o sprofondare in nuovi livelli del dedalo. Invece, si chinò e raccolse il filo.

Il filo non possedeva poteri magici; era, molto più pragmaticamente, la materializzazione della memoria del punto di ingresso (e di uscita). Ogni bivio imboccato a destra veniva ora segnalato per essere ripercorso a sinistra; ogni discesa diventava una salita; il filo era la materializzazione del processo compiuto. Seguendo quella traccia, Teseo e i superstiti riemersero all’alba, dove Arianna li attendeva per la fuga. L’intelligenza aveva trionfato sulla forza bruta, la pianificazione sulla complessità del sistema.

Bene, questa la storia, la conoscevate già. Essendo così ricca di connessioni e metafore, è stata ripresa, reinterpretata e recuperata in molti libri, film, serie TV, racconti. Rimanendo in ambito cinematografico, un paio di esempi significativi, molto affascinanti.

Cinema come Labirinto: da Inception a Severance

Il regista Christopher Nolan non ha solo raccontato una storia sui sogni in Inception: ha costruito un meta-labirinto sul processo stesso del suo fare cinema. E nel farlo, ha scelto un nome che non poteva essere più esplicito. Ariadne, interpretata da Elliot Page, non è semplicemente un personaggio: è l’Architetto, colei che disegna i livelli del sogno, che costruisce i labirinti mentali dove gli altri si muoveranno.

In un’intervista a Entertainment Weekly, Nolan ha esplicitato la struttura allegorica del film: ogni personaggio corrisponde a una figura chiave della produzione cinematografica. Dom Cobb è il regista, Arthur il produttore che organizza tutto, Eames l’attore che imita gli altri, Saito il finanziatore dello studio, Yusuf lo specialista degli effetti speciali. E Fischer, il bersaglio dell’inception, rappresenta il pubblico: noi, seduti al buio in una sala, riceviamo la visione di Nolan mentre lui compie un’inception delle sue idee nelle nostre menti.

Ma è Ariadne a incarnare il concetto primario: lei non agisce, non combatte, non esegue. Lei architetta. Fornisce la struttura che permette agli altri di orientarsi. È la dimostrazione che la regia della complessità batte sempre l’azione bruta. Nolan arriva persino a giocare con gli anagrammi: le iniziali dei personaggi principali (Dom, Robert, Eames, Arthur, Mal, Saito) formano la parola DREAMS. Aggiungendo Peter, Ariadne e Yusuf si ottiene DREAMS PAY: i sogni pagano, letteralmente e metaforicamente.

Il nome stesso di Ariadne nel film è una dichiarazione delle intenzioni del regista; nel mito greco, proprio come raccontavamo, Arianna fornì a Teseo il filo per uscire dal Labirinto del Minotauro. Nel film, lei fornisce gli strumenti che ci permettono di attraversare il dedalo onirico. Non è una coincidenza: è architettura narrativa. Nolan ci dice che per navigare la complessità dei livelli di sogno sovrapposti serve qualcuno che tenga traccia della struttura, che mantenga la connessione tra i piani, che sappia dove siamo rispetto a dove vogliamo arrivare.

Se Inception mostra cosa succede quando si ha un architetto che governa il labirinto, Severance, disponibile su Apple TV+ (Scissione, nell’edizione Italiana), ci mostra l’esatto opposto: cosa accade quando il filo viene deliberatamente tagliato. I corridoi bianchi e infiniti dis Lumon Industries sono l’evoluzione minimalista del progetto di Dedalo: un labirinto fatto di luce artificiale, moquette e geometrie ripetitive dove ogni riferimento spaziale viene cancellato.

Il “Severed Floor” (il piano dove lavorano coloro che hanno scelto la procedura di scissione) è progettata appositamente per essere identica in ogni sua sezione. Non ci sono finestre che possano offrire un input dall’esterno, è l’architettura dell’alienazione. I dipendenti del dipartimento Macrodata Refinement (i protagonisti principali della serie) passano le giornate a guardare numeri fluttuanti su schermi che sembrano vecchie interfacce a riga di comando, raggruppando cifre che “fanno paura” senza sapere cosa stanno realmente processando. Stanno addestrando un drone? Stanno censurando internet? Stanno pulendo un database? Non lo sanno, e non devono saperlo.

Questa è la metafora definitiva dell’operatività cieca, del lavoro come scatola nera: i dipendenti (e forse chi usa oggi l’AI senza coscienza) “fanno” – uccidono il loro Minotauro quotidiano di numeri – ma manca completamente la regia del processo. Sono esecutori intrappolati nel loop, Teseo che combatte nel buio senza sapere dove sia l’uscita né perché stia combattendo.

Il concetto stesso di Severance, la scissione della memoria tra vita lavorativa e privata, è l’atto di tagliare il filo di Arianna, rappresentato da quello che viene definito nella serie Innie, che è la versione “interna” della persona, quella che vive esclusivamente dentro lo spazio aziendale dopo la procedura di separazione. Esiste solo durante l’orario di lavoro e non possiede alcun ricordo della vita esterna, che appartiene al suo doppio complementare, l’Outie. Questa metafora mette a fuoco proprio questo: l’Innie è un Teseo senza il filo. Vive nel Labirinto, ma senza memoria del punto di ingresso. Non ha coordinate, non ha storia e dimensione oltre il perimetro del sistema in cui si trova confinato. La sua identità è sospesa in un eterno presente, esattamente come un personaggio intrappolato in un corridoio di Dedalo dove ogni svolta è uguale alla precedente e nessuna conduce davvero fuori.

C’è una sotto trama nella serie in cui i dipendenti cercano segretamente di disegnare una mappa del piano. È un atto di ribellione fondamentale: cercare di mappare i nodi e i corridoi è l’unico modo per riprendere il controllo. La mappa è il filo. E la Lumon punisce severamente chi fa la mappa, perché la mappa genera consapevolezza, e la consapevolezza distrugge il labirinto. Il potere della struttura si regge proprio sull’impossibilità di vederne i confini.

Se volete vedere un video bellissimo, non perdete questa presentazione, durante Config 2025 (l’evento di Figma): Jeremy Hindle, production designer e produttore cinematografico e televisivo, che proprio per la serie “Severance” ha vinto un Premio Emmy, parla qui della sua visione creativa per Severance.

Il labirinto digitale: AI e produzione creativa

Ok, arriviamo ad unire i fili di questo discorso, che è multisfaccettato e caratterizzato da molti nodi che, secondo noi, sono molto importanti.

Oggi, nel mondo della produzione creativa assistita da intelligenza artificiale, ci troviamo esattamente a questo bivio: da un lato abbiamo la tentazione del modello Lumon di Severance: interfacce semplici, immediate, che nascondono completamente la complessità. Scrivi un prompt, premi invio, ricevi un’immagine. È magia, è immediato, ma è anche una scatola nera. Non sai cosa sta succedendo tra l’input e l’output, non hai tracciabilità, non hai memoria del processo, non hai modo di intervenire nel mezzo del percorso.

Il professionista della comunicazione visiva oggi si trova di fronte a una domanda essenziale: è sufficiente essere un bravo esecutore di prompt, un Teseo che entra nel labirinto e abbatte il Minotauro? O serve qualcosa di più profondo, qualcosa che assomigli alla visione di Arianna?

La risposta sta emergendo con chiarezza: il valore professionale non risiede più nella capacità di usare un singolo strumento – quella competenza è sempre più democratizzata – ma nella capacità di orchestrare sistemi complessi, di mantenere la regia del processo creativo anche quando gli strumenti diventano sempre più potenti e opachi.

Ed è qui che entra in gioco la rivoluzione silenziosa delle interfacce nodali. Quelle che abbiamo visto in passato con soluzioni come TouchDesigner, poi con l’AI di ComfyUI e poi finalmente con quelle più “affrontabili dai creativi” come Flora, Weavy (recentemente acquisita da Figma), Freepik Spaces e Project Graph, annunciato da Adobe durante Adobe MAX 2025: sono soluzioni che stanno ridefinendo il modo in cui pensiamo il lavoro creativo con l’AI. Perché queste piattaforme fanno qualcosa di realmente nuovo: rendono visibile il processo, trasformano la scatola nera del progetto in un grafo navigabile, dove ogni trasformazione è un nodo, ogni decisione è esplicita, ogni biforcazione è documentata.

Nuovo? In realtà no. Era il lontano 2017, quando iniziavamo a guardare con attenzione (insomma, sono tanti anni che ci occupiamo e parliamo di questa evoluzione nel settore dell’immagine) e siamo rimasti folgorati da una presentazione ad Adobe Max della tecnologia di intelligenza artificiale di Adobe, chiamata Sensei. Il video originale è ancora presente sul web in edizione completa, ma ve lo abbiamo sintetizzato in questo spezzone:

Otto anni fa, eravamo già ad esplorare l’innovazione AI, a vedere come i processi a nodi neurali si trasformavano in processo e in interfaccia. Era chiaro che la strada sarebbe stata questa, e in “questa strada” si vedeva già l’evoluzione dei ruoli della creatività. Ma era troppo presto, era troppo lontano, è stato troppo poco spinto da Adobe al punto che ci si domanda… ma come è possibile che questa capacità di visione da parte di questa azienda sia stata poi sepolta o nascosta da altre priorità, non quella del dominare e orientare l’innovazione? Ci fa pensare che, come spesso accade, dietro queste scelte ci sia molto di quello che è il male del mercato, dove i ritorni del breve (dividendi per gli investitori, numeri per far crescere in borsa il titolo) soffocano le visioni sul lungo termine. E forse, oggi, è troppo tardi per recuperare il terreno.

Il filo di Arianna, nel 2025, oggi, è fatto di curve di Bézier che collegano rettangoli colorati su uno schermo, nodi per scegliere i vari modelli (di creazione, di correzione, di animazione, di aggiunta di componenti multimediali, di testi e di prompt). Ma la sostanza è identica a tremila anni fa: è orientamento nella complessità, è memoria del percorso, è la possibilità di dire “ero qui, ho scelto questo, posso tornare indietro e provare un’altra strada”.

Questa non è solo una questione di interfaccia utente (anche se l’UI ha un ruolo importante nella relazione umani/macchine). È un cambio del significato stesso di essere un professionista creativo. Per decenni abbiamo lavorato in modo lineare perché gli strumenti erano lineari: aprivamo Photoshop, elaboravamo, salvavamo (in questo ordine). Importavamo in Lightroom, correggevamo, esportavamo. Ma il pensiero creativo non è mai stato così: è sempre stato ramificato, esplorativo:

“Pensavo di posizionare qui questa luce, ma se la variassimo leggermente? Questa composizione funziona, ma cosa succederebbe se…? Ho tre versioni, mi piacerebbe prendere il quaranta percento della prima, il colore della seconda…”

Le interfacce nodali finalmente materializzano e mostrano questo processo, permettono al pensiero creativo di manifestarsi nella sua vera natura, come un albero di possibilità che si ramifica, converge, si intreccia. È la visualizzazione fisica della logica creativa, è la memoria che si materializza ed è sempre visibile, permettendo di orientarsi nella complessità senza esserne sopraffatti.

Dal fotografo al regista-architetto

Consideriamo due scenari concreti. Nel vecchio “modo di lavorare”, un fotografo commerciale riceveva un brief, faceva uno shooting, post-produceva in Photoshop, consegnava. Era lineare, sequenziale. L’intelligenza artificiale usata così (nel “vecchio flusso”) può essere solo un acceleratore: genera più velocemente, ritocca in modo più efficiente, ma la struttura del processo rimane identica.

Nel nuovo modo di lavorare, un creativo riceve lo stesso brief ma costruisce un sistema, crea un grafo dove il primo nodo genera concept di moodboard attraverso un modello AI, il secondo nodo si ramifica in tre variazioni parallele di colore, il terzo recupera degli ingredienti visuali o delle texture da un archivio personale (abbiamo pubblicato un articolo sulle “cartine delle Rossana“, per esempio), il quarto applica un modello di upscale AI solo su alcune immagini, il quinto compone manualmente i risultati migliori. L’output non è un’immagine: è un sistema di possibilità navigabile: il cliente non vede solo il risultato finale, vede il territorio creativo e produttivo delle possibilità che hai mappato per lui, e ne comprende anche il valore (e il costo).

Questo è il passaggio da esecutore a regista, da fotografo/a ad architetto/a del processo visivo: non si vende più l’immagine, si vende l’architettura che genera immagini. È una competenza che assomiglia alla direzione d’orchestra e non alla “semplice” (anche se di valore) maestria su un singolo strumento: oggi si devono conoscere bene molti modelli AI, molti tool, molte tecniche, ma soprattutto bisogna sapere come farli suonare insieme.

Il workflow ibrido del creativo contemporaneo riconosce questo e usa ogni strumento per ciò che fa meglio. Midjourney per l’esplorazione iniziale, il brainstorming visivo, la generazione di cinquanta o cento variazioni per trovare la direzione giusta. Poi Nano Banana (Pro) per il controllo compositivo granulare, per inserire prodotti “veri”, magari scattati in tradizionale. Ogni nodo del grafo è una micro-decisione documentabile e modificabile: anche gli errori diventano percorso utile.

Tutto bello? No, ci sono anche i rischi

Le interfacce nodali, nella loro potenza, portano però con sé un rischio: quello di innamorarsi della mappa e dimenticare il territorio. Si possono passare ore a ottimizzare il grafo, a perfezionare le connessioni tra i vari step, inseguendo quel tre percento di miglioramento tecnico, perdendo di vista la visione creativa che dovrebbe guidare tutto.

Il professionista maturo deve quindi sapere che la fase di esplorazione creativa richiede caos controllato, possibilità infinite, scoperte accidentali. E sa che la fase di produzione richiede invece rigore, tracciabilità, ripetibilità. Il filo di Arianna è essenziale, ma serve anche il coraggio di Teseo che entra nel buio senza sapere esattamente cosa troverà. Un problema che, al momento, è il maggior pericolo: molti creativi, molti clienti, molti professionisti decidono tutto prima, e si intestardiscono per ottenere quello che avevano in mente prima, e non durante questo percorso di dialogo e di scoperta, e si perdono il meglio.

Il filo come telaio: memoria strategica

Torniamo allora alla domanda fondamentale: cosa rende il filo di Arianna così potente? Non è la fisicità del filo, ma ciò che rappresenta, è la capacità di dire:

“Sono stato qui, ho fatto questa scelta, e se necessario posso tornare indietro e riprovare”.

Non è solo undo, non è solo un potente controllo delle versioni.

Per sopravvivere al labirinto della complessità creativa contemporanea non serve aumentare la potenza di fuoco – avere prompt migliori, modelli più grandi – ma assicurarsi di non perdere mai la connessione con i nodi che compongono il nostro viaggio. Il labirinto non scompare, l’intelligenza artificiale non diventa meno complessa, meno opaca. Semplicemente, ora possiamo vedere le pareti mentre ci muoviamo. E possiamo ridisegnarle.

Il filo di ArIAnna – con quella maiuscola che oggi risuona diversamente, evocando l’intelligenza artificiale che attraversa il nostro lavoro – non è magia, è metodo. È ciò che distingue il vagare cieco dal navigare consapevole, è esattamente questo il concetto che ci serve mentre entriamo sempre più in profondità nei nostri labirinti digitali, dove la sfida non è più “fare”, ma mantenere la regia del processo.

La domanda per ogni professionista della comunicazione visiva diventa allora: vogliamo essere Teseo, armati di forza ma dipendenti da un filo che non comprendiamo? O vogliamo essere Arianna, capaci di vedere il labirinto dall’alto, di progettare il filo prima ancora che Teseo entri, di mantenere il controllo architettonico anche quando deleghiamo l’esecuzione alle nostre intelligenze artificiali?

La risposta, forse, sta nel riconoscere che abbiamo bisogno di entrambi. Del coraggio di Teseo che entra nel buio senza garanzie. E della saggezza di Arianna che tiene il filo, che mantiene la memoria, che garantisce che ogni esplorazione nel caos possa sempre trovare la via del ritorno alla luce.

Questo numero di Aiway Magazine racconta di nodi, di fili e di connessioni, di tasselli che dobbiamo provare ad unire in questo momento in cui l'evoluzione sembra rallentare, dove si capisce che manca qualcosa per uscire dal labirinto, e questo "qualcosa" lo si sta cercando nei laboratori più evoluti del mondo, ma dobbiamo cercarlo anche dentro e attorno a noi. Abbiamo provato a disegnare una mappa, in questo numero: benvenuti, esploratori!